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VERSO LE ELEZIONI EUROPEE

Berlusconi dice molte cose troppo sbagliate, ma non parla mai a caso. La sua uscita sulla possibilità di sforare il 3% di deficit, tanto l’Europa non ci caccerebbe, è il solito colpo di comunicazione dell’arcoride. I risultati raggiunti con questa dichiarazione sono duplici: riposizionamento della sua persona sulle prime pagine, sfregio ad Enrico Letta che già di suo era stato sfregiato dall’ufficio stampa del G8 che lo ha confuso con lo zio Gianni. Ma al netto della furba boutade berlusconiana, il problema Europa resta sempre senza analisi e senza soluzione. Tra continue tensioni finanziarie, malcontento popolare e risentimenti politici l'incertezza sulla salute dell'euro sempre sullo sfondo continuano a proiettarsi ombre sul futuro stesso dell'Unione europea. Non essendoci alternative alla moneta unica, continua a mancare la forza politica di mostrare ai mercati e alla comunità internazionale la volontà concreta di considerare l'Unione economica come un semplice ponte verso l'Unione politica. Creare l’unione politica, gli stati uniti d’Europa, richiede però una tensione morale di cui non esiste ancora traccia nelle riflessioni accademiche, nelle posizioni politiche, nei media e soprattutto ovviamente nella pubblica opinione.

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G8, TORNA L'OCCIDENTE

Dice Gideon Rachman, firma del Financial Times,  che per certi versi è sorprendente che il G8 sia ancora l'incontro più importante a livello globale. La formula del G8 nasce nel 1970, e la sua composizione riflette quell'epoca. Le otto nazioni che si incontrano in Irlanda del Nord questo mese sono quelle che rappresentavano le  economie avanzate, industrializzate di 40 anni fa, con l’aggiunta della Russia, che è stata inserita nel gruppo negli anni novanta come un premio di consolazione per la sconfitta della guerra fredda. A seguito della crisi finanziaria del 2008, è sembrato improvvisamente chiaro a tutti che il G8 non era più un gruppo di orientamento adeguato per un’economia mondiale profondamente trasformata. La globalizzazione ha stravolto il mondo, e un più ampio e differente gruppo di Stati doveva essere rappresentato a quel tavolo. Il primo vertice del G20 è stato così convocato a Washington all'indomani del crollo di Lehman Brothers nel 2008. Questo grande gruppo comprendeva le più importanti economie emergenti - come Cina, India e Brasile. E ' stato il G20 che, in un vertice di Londra nel 2009, ha stabilito le misure di emergenza per rilanciare l'economia mondiale. Gordon Brown, allora primo ministro britannico, dichiarò: "il vecchio sistema di cooperazione economica internazionale è finito. Il nuovo sistema comincia a partire da oggi." Tuttavia, quasi quattro anni più tardi, il successore di Brown, David Cameron, sta ospitando un vertice del G8. Come si spiega quindi la sorprendente resistenza di un gruppo che è stato definito un anacronismo soltanto pochi anni fa?

 

 

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LOTTIZZAZIONE ROSSA

Nulla. Non è successo praticamente nulla da quando un fotografo ha immortalato il segretario del Pd Guglielmo Epifani che usciva da un pub dove si era incontrato con il suo predecessore Pier Luigi Bersani con in mano un foglio con appuntati nomi e strategie per pianificare la grande lottizzazione delle aziende pubbliche. I nomi che si decifrano sul “pizzinno” dei due sono quelli di Ex funzionari del Partito comunista transitati negli staff ministeriali di Bersani e assunti come grandi dirigenti nel gruppo Finmeccanica. Le aziende da spartire sembrano essere la Cassa Depositi e Prestiti, la gigantesca cassaforte di Stato, o la SOGIN, società per lo smaltimento delle scorie nucleari, che ha fondi per fare una guerra e che gestisce situazioni sensibilissime in termini di sicurezza e di rapporti con le comunità territoriali. Per rabbrividire basti pensare che la Cassa depositi e prestiti, sia sostanzialmente la banca del Tesoro nella quale si concentrano importanti partecipazioni industriali quali quella nell'Eni e attività infrastrutturali e finanziarie come il Fondo Kyoto. Quello che è assurdo è che, pubblicata la notizia dal più grande quotidiano nazionale, nessuna forza politica abbia avuto un sussulto di legittimità. Nessuna interrogazione, ma addirittura nessuna dichiarazione alle agenzie di stampa neanche dai soliti peones.

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FACCE NUOVE, FALSO PROBLEMA

Partire da quello che esiste per ricostruire una casa comune

Quella del “Renzi di destra”, come il mantra delle “facce nuove”, è un falso problema e quello dell'azzeramento della classe dirigente è una pretesa infantile, se non una cagata pazzesca come direbbe Fantozzi all’ennesima replica della Corazzata Potemkin di Esenstein. Si perché anche questa è l’ennesima replica di un film già visto. Un film scritto sulla superficiale ammirazione per cio che non si è e non si potrà mai essere. Oggi sulle rovine di quello che fu, nel bene e nel male, un mondo con una storia che coincide con quella nazioanle non si ergono uomini e donne, ma disperati che vagano in un limbo infinito. E’ un limbo infinito quello in cui si ripete il piagnisteo della “base”, dei ricambi generazionali, delle facce nuove. E quali sarebbero le facce nuove? E soprattutto con cosa potrebbero ricostruire? Con quale struttura? Il software delle idee, dei valori, dei programmi e’ fondamentale, ma senza hardware nessun programma sa dove girare. Scendendo nel pratico oggi esiste un’unica grande realtà che è la fondazione Alleanza Nazionale, i cui soci esercitano la loro attività politica in differenti partiti: Pdl, fratelli d’Italia, la Destra, FLI. Alcuni soci hanno una rappresentanza parlamentare altri no, alcuni hanno sindaci, assessori, amministratori altri no, ma tutti sono soci. Ed è lì nell’assemblea dei soci dove può nascere qualcosa di nuovo, ma radicato e soprattutto strutturato. E’ lì che prima o poi bisognerà discutere, dare una missione alla fondazione, dividersi eventualmente in una maggioranza e in una minoranza. Ricominciare dalla fondazione ad annodare un filo, ami spezzato. Chi ha più carisma emergerà, chi ha un progetto lo illustrerà, chi ha credibilità otterrà fiducia e a quel punto non importa se la sua faccia è nuova basta che sia pulita. Qualcosa si costruirà e si porterà all’attenzione della società, dell’opinione pubblica e al momento opportuno dall’elettorato. E’ così difficile questo percorso? Dipende da quale e con quale prospettiva si affronta la vicenda, ma una cosa è certa non interessa quale muratore la ristrutturerà quello che interessa è tornare in una casa comune.    

 
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L'UE SI SVEGLIA SULLA TURCHIA 

E dopo giorni anche l’Unione europea si preoccupa di quanto accade in Turchia. Bruxelles ha sottolineato che i negoziati di adesione della Turchia e il rispetto dei criteri di Copenaghen "costituiscono il quadro per garantire i diritti umani e le libertà fondamentali". Tali diritti includono la libertà di espressione, la libertà di riunione, la libertà di religione e la libertà dei media proprio quelli che sembrano dispersi tra le strade di Istanbul ed Ankara. Ed è in questa prospettiva che arriva appunto l'appello dell'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue, Catherine Ashton, preoccupata per la situazione nel paese, la quale chiede che i social media non subiscano pressioni arbitrarie, che si ponga fine alle violenze e che venga trovata una soluzione attraverso il dialogo tra i manifestanti e il governo. Al di là della scontata richiesta sulla cessazione delle notizie la Ashton chiede anche alle autorità turche di avviare delle indagini "su tutti i casi di uso eccessivo della violenza da parte della polizia" e di consegnare i responsabili alla giustizia. Sullo sfondo l’annosa questione dell’adesione della Turchia all’Europa con le dichiarazioni del premier turco, Recep Tayyip Erdogan, che condanna le proteste, affermando che "la pazienza ha un limite e che i diritti e le libertà non possono essere raggiunti con la violenza, ma nel rispetto della legge".

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